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    (39) In memoria di Fulvio (e di Paolo Acerbi) - Vp.

    1 dicembre 1979

    RAPPORTO K (39)

      

     

     

     

    In memoria di Fulvio (e di Paolo Acerbi)

    Lettera di Bruno e ritorno di “K”  

    (quinta parte)

     

     

    (Continua la  lettera di  Bruno con  la sua relazione sul caso "Mangiafico".)

     

    Fulvio  Mangiafico  - come  io ricordo da appunti  presi a  suo  tempo -,  medico,  è  in  coma.

    Si  dispera  di  salvarlo. 

    Si  era  fatto  operare  al  naso  per aggiustarselo. 

    Una  cosa  da  niente,  una  plastica  nasale  di "ordinaria amministrazione".

    E ora è sospeso tra la vita e la morte.

    L'operazione è andata bene, e non poteva essere altrimenti, ma l'anestesia gli  è  stata  fatale:  non  si  è risvegliato. 

    L’ hanno portato al reparto rianimazione e li è rimasto, lasciando tutti allibiti per la stranezza del caso.

    Sono  state  analizzate  le  sostanze  dell'anestetico nel  tentativo  di  capire  cosa  poteva  essere  accaduto,  cosa poteva aver causato il danno.

    Si sono tutti prodigati invano.

    Diagnosi: coma cerebrale.

    A  questo  punto,  la  scienza medica  è costretta  ad ammettere  la  propria  impotenza. 

    Per  il  paziente  sembra  la fine.

    Un  fratello  di  Fulvio  Mangiafico  disperato,  si rivolge  a  noi;  ci  chiede  aiuto. 

     Egli  sa  che  Fulvio era un socio del  nostro Centro e si rivolge a noi, pur senza capire  cosa  esattamente  noi  potremmo  fare. 

    Il  messaggio  di  K ci fa supporre che forse i medici non hanno fatto "veramente tutto",  nonostante  si  siano  prodigati;  che  probabilmente "qualcosa" ancora, non si sa cosa, si può fare.

    Alla luce di tale supposizione, ci rechiamo all'ospedale di Catania dove il Mangiafico è ricoverato.

    In sala rianimazione, Fulvio Mangiafico giace nell'assoluta immobilità,  gli  occhi  aperti  fissi  nel  vuoto. 

    Dicono che  è  completamente  paralizzato  dal  coma,  che  non  vede  e non sente, che è come fosse già morto.

    Io sento subito un'emozione violenta  crescere  dentro  di  me  fino  a  riempirmi  di  una strana agitazione.

    Mi rendo conto che mi sta accadendo qualcosa di  motto  particolare. 

    Sento  salirmi  alla  testa  una  specie di  ondata  di  strano  calore,  mentre  le orecchie  prendono  a fischiarmi  e  le forze  venirmi  meno  e  la vista si  annebbia.

    E’  come  se  entrassi  dentro  me  stesso,  nelle  profondità  di me stesso, sospinto da una forza irresistibile.

    E  non  è  tuttavia  una  sensazione  di  malessere. 

    In realtà io sto bene, questo è lo strano, e in realtà le forze non  mi  abbandonano. 

    Il  controllo  che  riesco  a  mantenere  di me  stesso,  nonostante  tutto,  però,  ho  la  netta  sensazione che non venga esattamente da me.

    Sono  come  guidato. 

    Inutile  dire  che  K  è  li.

    Lo so,  con  me,  con Fulvio, e che è lui  a creare in me questo stato  particolare. 

    Non  posso,  dunque,  che  abbandonarmi  al "mio  nuovo  stato"  e viverne la Realtà,  quale che sia. 

    E in questa realtà, il dottor Fulvio Mangiafico

     

    piccolo  essere  umano,  indifeso,  perso  nell'oscuro  labirinto della  sorte,  là dove  sono  i  confini della vita terrena,  là dove  l'oscuro mistero trasmuta  i  Mali  della carne  in  gioie supreme ed esse gioie  sciolgono  pronte  la mente  in  Spirito che involar si deve, non Figlio ma Fratello, nella Luce.

     

    In  questa  realtà,  Fulvio  domina  più  di  prima. 

     Le altre persone, che pure sono con me nella stanza, svaniscono insieme  alla  stanza. 

    Tutto  vacilla  e  finisce  in  un  vortice che  inghiotte  ogni  cosa. 

    Solo  Fulvio  rimane,  i  suoi  occhi fissi che adesso mi guardano, non più vitrei ma vivi di gratitudine che  è  la  mia  stessa  gratitudine. 

     Ho  la  certezza  che ci comprendiamo, che comunichiamo, al di là di ogni ragionevole supposizione,  di ogni certezza scientifica. 

     Non vi è dialogo propriamente detto;

     

    comprenderci non è dirci qualcosa e comunicare non è comprenderci ne viceversa, per mio fratello e me. Egli con me è in me e io, per ciò sono con lui.

    Io  il  fratello  lo  conosco qui  più che altrove,  che qui  è vero  il  vero e qui,  saldo si fa Uno il Vangelo poi che la Sorte ha posto Uno per primo per dipartir da esso Uno e ad esso ricondurre, quel che la cieca comprensione della carne, nell'afflizione  del  cammino,  davvero non  arriva a ragionare che molto poco, con danno di guerre e pestilenze.

     

    (So  che  questo  vi  giungerà  nuovo,  caro  Michele e caro Nunzio, ma era questo il momento che attendevamo per spiegare  una  grande  sofferenza.  Più  avanti  leggerete  cose che vi sveleranno, probabilmente, tutti i perché.)

    Fulvio Mangiafico mi vede e mi  sente e mi capisce, ma  ciò  avviene  nella  Realtà  del  "mio  stato  particolare", dove  gli  altri  non sono ammessi,  dove solo  lui ed  io siamo certezza.

    Avranno colto gli altri, se ancora sono nella stanza, i  segni  di  vita  in  "mio  fratello"? 

    Inoltre,  questi  segni di vita significano che l'uomo può salvarsi?

    Esauritasi  la  "trance  lucida"  senza che io  l'abbia voluto,  così  come  non  ne  volessi  l'insorgere,  mi  rimane  la coscienza  dell'incontro  e  la  determinazione  di  proseguire il  cammino  intrapreso,  ma  in  trance  profonda e  in  presenza di K.

    Nel  corridoio  dell'ospedale,  appartati,  per  quel che  si  può,  vicino  a  una  finestra. 

    Michele,  Nunzio,  Enzo e io cerchiamo di concentrarci per "chiamare" K.

    Ed è qui che ritrovo Fulvio.

    Mi appare stanco sfiduciato, e  mi  viene  incontro  con  passo  tento,  strascicato. 

     Si sta  tirando  dietro,  con  una fune,  una bara vuota. 

    Mi dice: "E'  tardi. 

    E  nessuno  capisce  che  è  tardi. 

     Ho  poco  tempo, ormai. 

     E  nessuno  si  accorge  di  quanto  poco  tempo  ci  sia, sarà tutto inutile: dovrò andare".

    Fulvio  mi  appare  sfiduciato,  ma  la  sua  sfiducia non è "paura di  andare":  è pena per chi rimane, e di questo ho  certezza. 

    Mi  parla  ancora,  Fulvio,  ma  il  mio  turbamento fa sì che non ricordo le parole.

    Il senso di esse però resta: Il mistero del suo male e la cura da opporre per debellarlo.

    Sono  costernato  al  "risveglio",  e  spiego  ai  miei compagni  quel  che  posso  spiegare  dell'incontro. 

    Decidiamo di parlare con i medici.

    A qualcuno di questi chiediamo dette delucidazioni  sulla  natura  del  coma  di  Fulvio. 

    Dicono  che si tratta di un coma cerebrale, altro non sanno e non dicono.

    Ed  io,  allora,  dico  -  ma  non  so  perché  lo dico:  è coma epatico. 

    Ovviamente,  nessuno  prende  in  considerazione  la mia  affermazione  e  nemmeno  lo  sforzo  dei  miei  compagni  per farsi  ascoltare. 

    In  noi  c'è  la  ferma  volontà  di  abbattere il  muro  della  diffidenza,  del  rifiuto,  dell'ironia  con  cui questi signori medici ci tengono fuori della loro comprensione.

    Non  ci  importa  esporci  al  ridicolo,  se  ridicolo  c'è:  noi vogliamo il  dialogo; vogliamo capire e farci capire; vogliamo aiutare Fulvio, in questo almeno ci troviamo d'accordo.

    Passano  le  ore  e,  un po'  alta volta,  il  corridoio si riempie di curiosi. 

    Abbiamo suscitato un vespaio e ognuno dice  la sua,  ma nessuno ancora ci  prende sul  serio. 

    Eppure, dal  marasma  di  parole,  sono  venuti  alla  luce  due  termini medici  che  sembrano  avere  grande  importanza  se  collegati in  un  certo  modo,  che  però  i  medici  presenti  respingono: penthotal  e  bilirubina.  Due  parole  che  darebbero senso alla nostra  "strampalata"  teoria  del  coma  epatico. 

    Il punto  è: il  penthotal è  stato  metabolizzato  prima  che  sopravvenisse il  secondo  coma,  o no?

    I medici dicono di  sì,  senza dubbio è  stato  metabolizzato. 

    Noi  dunque,  che  possiamo  dire? 

    Ma, osiamo, se non fosse stato metabolizzato, sarebbe coma epatico?

    Per  assurdo,  sì,  dicono,  ma  non  può  essere,  perciò  è coma Cerebrale.

     io è e i miei compagni sappiamo alcunché di medicina, eppure  sappiamo  di  dover  insistere  e  lo  facciamo,  mentre i nostri interlocutori cominciano ad infastidirsi.

    A questo punto sopraggiunge il primario dott. ......... medico  illustre  e  amico  del  povero  Fulvio  Mangiafico  che ci invita a parlare con lui e si dichiara disposto ad ascoltarci,  nonostante  la  sua posizione,  dice. 

    Tocca a me spiegargli tutto,  compreso  "l'incontro"  con  Fulvio  e  la  convinzione del  coma  epatico. 

    Il  Professore  mi  dice:  "il  suo  discorso non  è farneticante,  ma  razionale  e  perfetto. 

    Tranne qualche lacuna che se non si è in grado di colmare, non si approderà a  nulla  di  costruttivo". 

    Aggiunge  che  al  punto  in  cui  si è,  solo  un  miracolo  potrà  salvare  Fulvio;  quindi,  miracolo per  miracolo,  tanto  vate  prendere  in  considerazione  anche la parapsicologia, ma, ammesso, che si tratti di coma  epatico, che  si  può fare?

    La scienza medica non ha risorse. 

    Noi che proponiamo?

    La  nostra  proposta  è  subito  fatta:  "richiamare" l'Entità K in sua presenza in modo che egli stesso, da medico, possa porre le domande più opportune per colmare ogni lacuna.

    Il professore, seppure con imbarazzo, accetta.

    Ci rechiamo nel suo studio, noi quattro, il Professore e tre  medici.

    Sono le ventitré circa, quando comincia   la "seduta. (continua)

     

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