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(40) In memoria di Fulvio ... il ritorno di "K" - VIp1 dicembre 1979 RAPPORTO K (40)
In memoria di Fulvio (e di Paolo Acerbi) Lettera di Bruno e ritorno di “K” (sesta parte)
La trance comincia quasi subito, e la contrattazione con l'Entità K è piuttosto prolifica. (Quel che segue, ho potuto apprenderlo dopo dal racconto dei miei compagni, dato che la mia posizione di "tramite" ha escluso la mia stessa partecipazione cosciente all'esperienza.) Non c'è stato metabolismo totale. Lo stato del Fegato, pregno di penthotal, ha portato così ad un aumento di bilirubina con conseguente mancanza di filtrazione del sangue e, quindi, inevitabile, al coma.
Ma come mai - si chiede - non vi è stato metabolismo totale? K risponde con un grafico e ne spiega il senso.
La linea verticale rappresenta l'insieme dei centri nervosi. Il semicerchio è il fegato. Le tre linee orizzontati sono le sostanze che compongono l'anestetico. La quarta linea orizzontate in alto è la quarta sostanza, quella che serve da protezione all'effetto velenoso delle tre. Come si vede, le tre sostanze (in basso) penetrano nel fegato, mentre la quarta (quella protettiva) rimane fuori. Probabilmente questa quarta sostanza è stata insufficiente: un errore dell'anestesista? O che? L'Entità dice:
L'arco di una vita si spezza quando il metabolismo non e totale; poiché l'anabolismo fagocita impazzito fuori della propria sua funzione e ad esso anabolismo non più si contrappone la naturale reazione del mantenimento. Io parlo di metabolismo che non è totale; ebbene, quando non lo è, quel che rimane di ciò che porta il paziente al sonno - e io dico che ciò che porta il paziente al sonno e il penthotal - genera il caos. Se tu poni una diga in mezzo ad un fiume, accade che il fiume si ingrossi da una parte e dall'altra? La diga serve al mantenimento. Io questo dico. Tu intendi bene e discerni. E' l'altra parte che bisogna colmare, come la prima, per l'equilibrio e perché tutto si stabilizzi, perché si dipartiscono uno a uno gli elementi della buona sorte, come si conviene. In tal senso bisogna operare, prima che il fiume, una parte di esso straripi.
L'Entità K, però non si è limitata a questo. Ha persino suggerito la cura da adottare; ma ha specificato che è tardi per farlo. E non ha voluto dire se Fulvio Mangiafico poteva ancora salvarsi: "Non mi è concesso dire", ha precisato. Questa la cura: iniettare semplicemente un ulteriore quantitativo delta sostanza protettiva nell'organismo del paziente, per neutralizzare l'eccesso di bilirubina. In tal modo le condizioni di Fulvio dovrebbero migliorare. II professore è sconcertato e confuso. Si dice impedito ad assecondare K per motivi di etica professionale. In teoria, l'intervento curativo suggerito sembra avere una sua collocazione logica, ma in pratica risulta essere contrario a ogni considerazione medica perché non contemplato in nessuna casistica. Si consulta a lungo con i tre medici presenti, per decidere e, alla fine, la cura suggerita da K viene respinta. E' notte quando andiamo via. Il Professore mi ha invitato a vegliare su Fulvio il giorno seguente. Giovedì 19 aprile. Enzo mi telefona per informarmi che il professore ha messo a frutto il suggerimento di K, ad insaputa dei suoi colleghi, e che Fulvio sta migliorando in maniera evidente, e mi invita di nuovo a vegliare il paziente, perché dice che la mia presenza, in qualche modo misterioso, può aiutare Fulvio più di qualunque altra cosa. Ore 24: siamo da Fulvio. Il Professore è andato via da poco a riposare. Ha detto che dobbiamo svegliarlo a qualunque ora della notte se notiamo qualcosa di importante. Ci ha riferito che il paziente è in fase di netto miglioramento, che la bilirubina si è normalizzata e l'ittero è scomparso. Ora Fulvio da segni di vita: si muove continuamente, sbadiglia, apre e chiude gli occhi, muove le braccia, le gambe, la testa. Il colorito è normale, la febbre a pochi gradi. Ma una nuova complicazione sembra affacciarsi: ha un aumento di azotemia e si teme un blocco renale, che nelle sue condizioni può essere fatate. "Sono di nuovo qui, Fulvio. Gli amici ci hanno lasciato soli. Ecco che ritorna il vortice, fratello per portarci fuori da qui. Ecco che ora tu torni a guardarmi, a dirmi che la mia gioia è la tua gioia e il tuo viso esprime serenità. Sei in pace, Fulvio: ma perché la tua pace non è la mia, se tua è la mia gioia? Gioire per me è incontrarti, come per te incontrarmi, ma non mi sento in pace, io davvero non essere sereno, ora: perché, fratello?" Il mio pensiero sta perdendo, lo sento, la sintonia col pensiero di colui che mi sta davanti. Il mio "stato particolare" sta perdendo, lo sento, l'intensità grazie al quale ho potuto "incontrare" quest'uomo, o meglio: lo spirito di quest'uomo che giace sospeso tra la vita e la morte, in questo tetto d'ospedale: quest'uomo che sento come mio fratello e al quale scopro legato intensamente, anche se prima delta disgrazia i nostri rapporti erano di semplice conoscenza. Ho angoscia per tutto questo, e paura. Fulvio è lì sul tetto, e io gli sono vicino: ma è come se fossimo lontani, ora. La sua immagine si sta facendo confusa, sfocata, sta perdendo consistenza! In un attimo mi assale la disperazione, non so che fare. Non ho più il controllo, mi mancano le forze..... K, aiutami! Aiutaci! Ho pianto e ho pregato (a modo mio) e sono stanco. Ho chiesto, con tutta la forza che mi rimane, un segno di speranza, amici miei, per Fulvio e anche per me, e questo segno c'è stato. Ricordate, cari Michele e Nunzio, cos'è successo dopo? Fulvio era passato dal netto miglioramento a un improvviso aggravamento: aumento di azotemia e pericolo di blocco renale. Ebbene, improvvisamente, durante la mia presenza ha orinato: avvenimento accolto dai medici con stupore e con gioia. Non sono mai stato, credo, così felice. Ho ripreso coraggio e ho sperato, fino a convincermi, che Fulvio se la cavasse. Si salverà, ho pensato. Invece Fulvio Mangiafico è morto. Gli ultimi giorni io non ero lì a vegliarlo. Interessi umani, di uomo qualunque, mi tennero impegnato altrove. Ho vissuto la tragedia come una colpa e ancora a distanza di sette anni mi sento, in un certo senso, in colpa. L'ho abbandonato a se stesso? O forse le cose non stanno così; forse la mia presenza sarebbe servita a poco o a nulla? Non so che pensare. Del resto chi sono io per arrogarmi dei poteri addirittura di vita o di morte? Sono pazzo a pensare cose del genere? Non lo so. Perché non di me si tratta, quando si parta di poteri, ma di Qualcosa che di me si serviva: di "Qualcuno" di cui, forse, ho tradito la fiducia. Per questo, amici miei, io decisi di andarmene: avevo bisogno di "purificarmi", di capire. E K, in questo, mi ha guidato, devo dire. Io non mi sono più abbandonato a manifestazioni medianiche, le ho sempre represse, ma K non mi ha lasciato solo mai. Io l'ho sentito in me, ogni momento, e questo mi ha dato la forza di andare avanti. So che non sarò mai solo e so, amici, che prima o poi chi è in me tornerà a dirci quale sia la strada da percorrere perché la "nostra storia" possa continuare. Ma non so dove, ne come, ne quando. So, però, che noi tre siamo legati per la vita da questo vincolo. Le nostri sorti sono accomunate da questo Mistero indissolubile, anche se ognuno di noi vive la sua propria vita separatamente
come conviene ad uomo che tale il tempo suo lo rende, e prima che separar si debba da se medesimo, poiché esso tempo si porta a compimento l'oro delle sofferenze, possa uomo dire che ha vissuto da uomo e non da inetto acciocché ognuna delle sue fatiche si faccia ricchezza per lo Spirito che volgere dovrà la Sua Natura altrove quando il tempo è reso.
Non so che dirvi, traete voi le conclusioni. Di certo so che rispondere alla tua lettera. Michele, mi costa in sofferenza. Ma ti sono grato, e non per masochismo, perché è una sofferenza, la mia, che mi riporta a problemi e valori esistenziali; che mi permette di "uscire" dal quotidiano per condurmi verso me stesso, di fronte alla mia stessa coscienza con la quale mi è così possibile avere un dialogo più sereno. Bruno
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